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Agonia
di una nazione
L'intellettuale
albanese Myftar Jare descrive la situazione del suo Paese a 10
anni dalla caduta del regime comunista.
di
Marco Sedda
Il
Unico Paese dove convivono senza problemi le tre più importanti
religioni dei Balcani (cattolica, ortodossa e mussulmana),
l'Albania in questi ultimi due anni è tornata, drammaticamente,
sotto i riflettori dell'opinione pubblica dopo cinquant'anni
vissuti ai margini della storia europea.
Per
capire i travagli di questa nazione abbiamo intervistato
l'intellettuale albanese Myftar Jare. Una vicenda politica, la
sua, che vale la pena raccontare. Ancora adolescente, dal '38 al
'41 combatte con i partigiani comunisti per liberare il suo Paese
dai fascisti invasori. Durante la guerra assume la funzione,
prevalentemente politica, di Commissario di divisione. Nel '45 è
procuratore militare per i Tribunali speciali che giudicano i
criminali di guerra. L'anno dopo è viceministro della Sicurezza
di stato e nel '47, ad Atene, partecipa alla Conferenza
internazionale per la pace nei Balcani. Nominato colonnello, alla
fine del '48 viene arrestato e passa otto mesi in carcere con
l'accusa, che allora poteva esser mortale, di antistalinismo.
Riabilitato, ricopre la carica di viceministro dell'economia, ma
nel '67 viene allontanato da Tirana e confinato per sette anni in
un piccolo paese del sud dell'Albania. Nell'84 si ritira dalla
vita politica attiva.
Signor
Jare, l'impressione che si ha visitando l'Albania oggi è quella
di un Paese allo sbando, come se fosse reduce da una guerra.
Come giudica la classe dirigente post-comunista?
"Dopo
la dittatura ci si aspettava che la situazione migliorasse, ma non
è stato così: negli ultimi dieci anni la condizione dell'Albania
si è aggravata. Gli uomini politici che oggi dirigono il Paese
non hanno prestigio, sono persone senza scrupoli che pensano solo
ad arricchirsi e rubare. Sacrificano tutto, anche gli interessi
del popolo, per i soldi. Tanto per fare un esempio il leader
socialista Fatos Nano è intelligente e colto, ma non è molto
pulito come persona, è un intrigante, vuole solo la sedia per
governare, non gli importa niente del popolo".
In
questa situazione qual è il ruolo degli intellettuali?
"In
questo momento gli intellettuali non vogliono fare niente perché
non vedono nessuna via di uscita". Anche lei?"La mia
speranza è che questa gioventù possa fare una politica più
pulita. Comunque molti giovani scappano, perché qui non vedono
nessun futuro". Cosa pensa della proposta, avanzata da Sergio
Romano e da alcuni diplomatici, di una sorta di protettorato
dell'Unione Europea?"È un'ottima idea, questa è l'unica via
d'uscita che anche gli albanesi si augurano. Inoltre vorremmo che
gli italiani fossero più vicini a noi. Ci si aspetta maggiore
partecipazione dall'Italia, soprattutto nei confronti del patto di
stabilità dei Balcani".
A
proposito dei Balcani, come vede la situazione?
"All'inizio
si pensava bastasse l'intervento della Nato, ma non è stato
così, non si è risolto niente. Rimane sempre il rischio di una
guerra: sono rimasti albanesi nel sud della Serbia e nel nord del
Kosovo. Proprio nei confronti del Kosovo si notano tutte le
contraddizioni dei leader politici albanesi, che non vanno
d'accordo tra di loro. Sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti
non riescono a trovare una persona che li possa aiutare. È ancora
tutto da discutere. E ora anche i montenegrini sono contro i
serbi".
Come
giudica la politica italiana nei Balcani?
"Contraddittoria.
Tutto deriva dalla vostra politica estera, che è divisa sia in
Albania che in Kosovo. E poi l'attuale presidente del consiglio,
Silvio Berlusconi, aiuta tantissimo Berisha, una persona molto
pericolosa per l'Albania, un vero e proprio terrorista".
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