|
Legge dello Stato 15.12.1999
n. 482 ha colmato una lunga lacuna legislativa. Con oltre quattro
decenni di ritardo ha indicato le minoranze linguistiche da
proteggere come previsto esplicitamente dall’articolo 6 della
Costituzione (e ha recepito inoltre i contenuti della “Carta
Europea delle lingue regionali o minoritarie” approvata a
Strasburgo il 5 novembre 1992). La legge tutela dodici minoranze
linguistiche, indicate come «popolazioni albanesi, catalane,
germaniche, greche, slovene e croate, e di quelle parlanti il
francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino,
l’occitano e il sardo».
La Regione Autonoma della
Sardegna, essendo già partita autonomamente in questa direzione
(la prima legge regionale organica in materia di lingua e cultura
fu respinta dal Consiglio dei ministri e dalla Corte
costituzionale nel 1993) ha ufficializzato “la lingua sarda
unificata” il 9 dicembre 2000, durante la “Seconda conferenza
regionale sulla cultura e sulla lingua sarda”. In questa sede
sono stati presentati i lavori della commissione, formata da
undici linguisti, incaricata di formulare un’ipotesi di
normalizzazione ortografica della lingua sarda e di elaborare un
progetto d’unificazione linguistica.
Il problema fondamentale era quello di formulare uno standard della lingua
sarda che potesse unificare le (tre principali) varietà
dialettali: un’operazione non solo tecnicamente complessa ma
soprattutto giudicata da molti (sia prima che dopo la conferenza)
artificiosa, forzata se non pericolosa. Al proposito, il relatore
della proposta alla conferenza regionale, Massimo Pittau, è
intervenuto recentemente per chiarire il senso delle decisioni
prese dalla commissione (L’Unione Sarda,
11 gennaio 2001). In sintesi, la posizione della commissione è la
seguente: 1) «tutti
i Sardi possono e debbono continuare ad usare il dialetto o la
varietà dialettale che di fatto già usano», nella scuola come
nelle amministrazioni; 2) «la “Lingua sarda unificata” deve
avere i seguenti caratteri essenziali: a) la valenza
burocratico-amministrativa ad uso dell’Assessorato ed
eventualmente dell’intera Amministrazione regionale; b) lingua
non effettivamente parlata, ma solamente scritta; c) carattere
sperimentale e perfettivo in base al suo uso effettivo», con la
possibilità di un «eventuale uso più ampio della lingua
unificata».
Difficilmente le precisazioni
del professor Pittau calmeranno i numerosi critici e oppositori
che con argomenti e interessi di varia natura continuano ad
attaccare l’operato della commissione e della Regione stessa.
Restando sul solo piano della discussione aperta e razionale, la
premessa che sta alla base della maggior parte delle critiche è
la contraddizione insuperabile che esisterebbe tra un unico Sardo
scritto e le molteplici varietà parlate, per cui o lo standard
scritto soffocherebbe e distruggerebbe le varietà parlate o
queste ultime renderebbero inutilizzabile e destinata a fallire in
partenza la forma unificata.
In realtà, come la situazione linguistica della Norvegia
insegna, tale contraddizione non è né inevitabile né scontata.
In Norvegia vi sono due forme scritte ufficiali di Norvegese, il Bokmål
e il Nynorsk. Il Bokmål, la lingua utilizzata dalla maggioranza dei norvegesi, è stata sviluppata
a partire dal 1814 quando, dopo quattrocento anni di dominazione
danese, molti lavorarono alla creazione di una lingua scritta in
sostituzione di quella danese. Parole ed espressioni norvegesi
vennero progressivamente inserite nel danese scritto e coniugate
in maniera consona alla pronuncia norvegese, che nei quattrocento
anni si era via via distanziata dal danese. Al contrario il
Nynorsk è la lingua scritta creata da una sola persona, il
linguista Ivar Aasen. Il progetto di Aasen era quello di formulare
una lingua scritta che fosse allo stesso tempo la più simile a
quelle parlate e la più incontaminata dal danese. Attualmente
entrambe le forme vengono insegnate nella scuola come prima o
seconda lingua (l’ottantatré percento degli scolari ha il Bokmål
come prima lingua).
Per quanto riguarda il
Norvegese parlato la situazione è quella di una pluralità di
dialetti (dialekter) non solo parlati localmente, ma comunemente
utilizzati in televisione, in politica o nel luogo di lavoro,
perfino da coloro che si trasferiscono dalla propria zona
d’origine. L’equilibrio linguistico norvegese si regge da
quasi due secoli sulla tolleranza, che dalla lingua scritta, dove
sono frequenti le varianti grammaticalmente corrette, arriva sino
ai singoli parlanti abituati alle differenze.
Se “la lingua sarda
unificata” verrà intesa secondo gli intenti dichiarati della
commissione (che ha sottolineato l’aspetto essenziale della
differenza tra lingua scritta e parlata, e ha insistito sulla
natura sperimentale della proposta) e il sistema linguistico della
Sardegna sarà improntato alla tolleranza, si potrà finalmente
avere una forma di lingua sarda standardizzata (unica lingua
neolatina finora a non averla), senza per questo forzare alcuno a
rinunciare alla lingua che ha sempre parlato.
SM
|
|
Cinquant'anni
di design italiano
L’inaugurazione della mostra il
«Compasso d’Oro», che vede esposti gli oggetti vincitori
dell’omonimo prestigioso premio negli ultimi cinquant’anni, ha
portato norvegesi e non a riflettere sul successo del made in
Italy. Un successo ormai entrato a far parte dell’immagine del
nostro paese e che non manca di suscitare l’ammirazione e la
curiosità dei nostri ospiti.
Il design è l’espressione della
cultura e della personalità di un popolo, spiega il presidente
della Triennale di Milano Augusto Morello, invitando i designers
norvegesi a cercare ispirazione nelle propria tradizione, anziché
tentare di imitare ciò che altri paesi hanno saputo produrre.
L’importanza del legame con la propria cultura e tradizione è
emerso anche dalle parole del designer Carlo Forcolini, il quale
ha illustrato idee e intuizioni che hanno dato vita ad alcune
delle sue più celebri creazioni.
Un invito a resistere alla
tentazione di disegnare prodotti da esportazione privi di
personalità, che nell’ansia di soddisfare il gusto
dell’uomo-massa, non possono che tendere alla mediocrità.
D’altro canto, la totale chiusura verso idee e influenze di
altre culture non rappresenta una valida alternativa, come
dimostra anche l’esempio di architetti sudamericani che, spinti
da un eccessivo desiderio di originalità - non privo di una forte
connotazione ideologica - hanno rinnegato i legami con il
continente europeo, dimentichi che l’apertura e il confronto con
altre culture rappresentano un momento indispensabile della
creazione artistica.
Poiché il compito del designer è
quello di fondere ricerca estetica e funzionalità, le ragioni del
successo italiano vanno ricercate anche nella capacità di
scoprire soluzioni alternative, nuove applicazioni per forme e
materiali già esistenti. Una capacita quest’ultima affinata
anche dalla povertà di materie prime del paese e dalla
tradizionale «arte di arrangiarsi» dei suoi abitanti. La ricerca
di una propria originalità espressiva può dunque valersi della
riscoperta di oggetti d’uso comune e delle soluzioni peculiari
che ogni popolo ha sviluppato per far fronte alle più diverse
esigenze. Un’originalità che la Norvegia non faticherà certo a
scoprire, non fosse altro che nella sua necessità di adattamento
a peculiari ed estreme condizioni climatiche.
Proprio quest’esigenza di
originalità fa si che i design di paesi con profonde differenze
culturali raramente entrino in competizione o godano dello stesso
successo.
|