|
Messaggio
di fine anno del Presidente della Repubblica Italiana Carlo
Azeglio Ciampi
Care
italiane, cari italiani, eccomi giunto al mio terzo appuntamento
di fine anno con voi. Voglio anzitutto rivolgervi un augurio
sincero di buon anno: un augurio a voi che vivete in Patria, e a
tutte le comunità di Italiani all'estero, che come noi hanno nel
cuore l'Italia.
Il
mio pensiero augurale va in particolar modo agli Italiani
d'Argentina, e all'Argentina in crisi: possa questo grande Paese,
che sentiamo a noi così vicino, ritrovare presto la strada della
serenità e del progresso.
Quando
ho cominciato a pensare a ciò che volevo dirvi, mi sono subito
venuti alla mente due eventi, di natura e di significato opposti.
Uno sta per compiersi: fra poche ore, in dodici Paesi dell'Unione
Europea, comincerà a circolare la stessa e unica moneta, l'euro.
Stiamo per dire addio alla lira, con nostalgia, nel ricordo
soprattutto di quanto ha significato per l'unità d'Italia dalla
sua nascita nel 1862, allorché sostituì le diverse monete che
circolavano negli stati italiani preunitari. Fu un veicolo della
nostra unità. Ora nasce l'euro. E' la prima volta nella storia
che, per libera scelta, non per imposizione a seguito di conquiste
territoriali o di eventi straordinari, un così numeroso gruppo di
Paesi, nei quali vivono oltre 300 milioni di persone, si dà una
moneta unica. Al di là di ogni considerazione economica, è un
grande segno di pace; è la prova concreta, definitiva,
dell'impegno solenne assunto dai popoli europei di vivere
insieme.
L'altro
evento che ho nella mente è fissato in un'immagine tragica: i due
aerei dirottati fatti esplodere contro le torri gemelle di New
York; i grattacieli che crollano seppellendo migliaia di
innocenti. Un atto di barbaro terrorismo. E' un'immagine che non
dimenticheremo, che non dobbiamo dimenticare. Ma non deve
diventare il nostro incubo; ci deve tener sempre vigili nel
difendere la civiltà.
Quel
drammatico 11 settembre - l'aggressione crudele a un Paese amico,
gli Stati Uniti d'America, dove vivono milioni di Italiani o
discendenti di Italiani che hanno contribuito a farlo grande col
loro lavoro - ha riportato di colpo al nostro orizzonte lo spettro
della guerra.
Nell'animo
di un uomo della mia generazione, la parola guerra fa riaffiorare
molti ricordi. A cominciare dall'estate del 1939: lo scoppio della
seconda guerra mondiale. Vissi quell'estate, insieme con giovani
di tanti Paesi d'Europa, all'università di Bonn in Germania.
Studiavamo il tedesco. A me doveva servire - avevo diciannove anni
- per approfondire la conoscenza della filologia classica, la
disciplina che avevo scelto. La mattina, giovani coetanei,
francesi, italiani, belgi, inglesi, frequentavamo l'Università.
Nel pomeriggio ci si ritrovava sulle rive del Reno, anche con
amici tedeschi. Parlavamo, con un misto di incredulità e di
turbamento, con la spensieratezza dei vent'anni, della tempesta
che stava per scoppiare sulle nostre teste, che avrebbe potuto
portarci a combattere gli uni contro gli altri. Ed accadde
l'irreparabile.
Coloro
che ebbero la fortuna di sopravvivere - e non dimenticheremo mai i
volti dei compagni caduti nella giovinezza - fecero nei loro cuori
un giuramento: mai più guerre tra noi. Nei nostri animi si accese
una passione che non si è più spenta. E' la passione che ha
generato l'Unione Europea. Alla base del suo successo sta il
principio che ispirò la prima creazione comunitaria, la Comunità
del Carbone e dell'Acciaio: mettere in comune, anziché spartire.
Allora furono messi in comune il carbone e l'acciaio: ora, con
l'euro, la moneta. Si rinuncia a parti di sovranità nazionale,
per acquisire insieme una nuova sovranità, la capacità di
governare insieme il nostro destino comune.
Fatto
l'euro, l'integrazione europea andrà avanti. Integrazione, a qual
fine? Per contare di più. Le vicende che viviamo ci dicono che
nel mondo c'è più bisogno d'Europa. L'Europa unita è già oggi,
ma deve diventare ancor più in avvenire, una grande forza di
pace, per sé e per tutti i popoli. Per esserlo, l'Unione Europea
deve trasformarsi in un soggetto politico unitario. Deve poter
parlare con una sola voce sui grandi problemi. Deve operare per la
crescita di un sistema d'istituzioni di governo mondiale.
In
questi ultimi anni Europei, Americani, Russi abbiamo lavorato
insieme nei Balcani, dove odi insensati avevano fatto esplodere
conflitti, creando una minaccia gravissima per tutti. C'erano
stati massacri, deportazioni d'interi popoli. Per porre fine a
quelle tragedie, per proteggere i perseguitati, per permettere
loro di ritornare alle loro case, non esitammo ad impiegare le
nostre Forze Armate. Non c'era altra scelta. Possiamo essere
orgogliosi di ciò che hanno fatto e fanno, in Albania, in Bosnia,
nel Kossovo, in Macedonia, in Eritrea, i nostri ragazzi in
uniforme, e i nostri volontari civili, impegnati in opere a favore
dei profughi, dei più deboli. Siamo orgogliosi dello spirito con
cui gli uni e gli altri hanno svolto e svolgono il loro compito,
riuscendo a farsi stimare perché sono portatori di pace. Lo sono
anche le unità ora destinate all'Afganistan, impegnate nel quadro
di una missione internazionale in un compito difficile, ma
necessario: aiutare a ricostruire uno Stato nella legalità.
A
tutti i nostri militari e volontari nel mondo va il mio fervido
augurio. Oggi, dopo l'11 settembre, non dobbiamo esitare a
combattere un nemico particolarmente insidioso, una rete
terroristica internazionale, ispirata da un fanatismo irrazionale.
Questa lotta non giungerà al pieno successo, se affidata soltanto
alle armi. E' necessario il sostegno concorde dei popoli. Essi
chiedono una maggiore giustizia, per ridurre le enormi
disuguaglianze che caratterizzano la società moderna. Il
progresso, la cosiddetta globalizzazione, hanno avvicinato
l'umanità, nel tempo e nello spazio. Il confronto fra le
condizioni di vita dei popoli ricchi, e di quelli privi dei beni
essenziali per la sopravvivenza, si è fatto intollerabile.
Se
guardiamo la Terra dallo spazio, con i nostri astronauti, ci
sentiamo padroni del mondo. Ma la televisione ci porta ogni giorno
immagini, che ci sconvolgono, di guerra, di fame, di malattie. E'
necessario mobilitare tutte le nostre risorse per eliminare la
miseria, fonte di disperazione, terreno di coltura della violenza;
così come per salvaguardare l'ambiente, nell'interesse
dell'intero genere umano. Oggi abbiamo i mezzi per farlo, dobbiamo
e possiamo farlo.
L'Europa
propone al mondo il principio del dialogo: a cominciare da quello
col mondo islamico, che ci è così vicino, sull'altra sponda del
Mediterraneo. E' necessario per il bene comune che si parlino, in
spirito di amicizia e di tolleranza reciproca, tutte le nazioni
della terra. Nel Medio Oriente, vi è una disperata necessità di
dialogo fra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese: senza
dialogo, come si può sperare di porre fine alla cieca spirale di
sangue che lascia i popoli senza un futuro? Toccano i nostri cuori
le parole che il Papa rivolge all'umanità. Egli ha invitato tutti
"a mobilitare le migliori energie, perché l'amore prevalga
sull'odio, la pace sulla guerra, la verità sulla menzogna, il
perdono sulla vendetta. Al Santo Padre invio il mio saluto grato e
augurale per il nuovo anno. Insieme con lui respingiamo ogni idea
di una guerra di religione. Una siffatta guerra non c'è e non ci
sarà; ripugna alle nostre coscienze, contraddice il fondamentale
principio che è il rispetto dei diritti di ogni essere
umano.
Vengo
all'Italia. L'amore della libertà, la volontà di dialogo, sono i
principi ai quali si ispira l'idea di Stato che i padri della
nostra Repubblica hanno disegnato quando hanno scritto insieme,
pur divisi com'erano da dissensi politici, il testo della nostra
Costituzione. La loro ispirazione veniva da lontano, dalla nostra
identità di popolo, come l'avevano costruita secoli e millenni di
una grande storia, che ha visto sempre l'Italia all'avanguardia
della civiltà. Nei due anni e mezzo trascorsi dalla mia elezione
ho compiuto un primo viaggio in Italia. Ne ho visitato oramai
quasi tutte le regioni. Continuerò, di provincia in provincia. E'
un viaggio bellissimo: ne traggo vigore, fiducia, orgoglio sempre
più forte di essere italiano. Ovunque avverto, nella ricchezza
delle diversità delle nostre contrade, quel "sapore
d'Italia" che viaggiatori del presente e del passato hanno
sempre avvertito, che è natura, arte, lingua, cultura, modo di
vita. Le radici dell'italianità sono antiche.
E'
antica la nostra nazione. Ma le origini del nostro Stato sono
assai più vicine. Risalgono all'inizio dell'Ottocento, allorché
uno stuolo di uomini di pensiero, poeti, letterati, filosofi,
economisti, mossi da un grande amore per l'Italia, animati da un
profondo senso etico, da alti ideali e principi, diventarono anche
uomini d'azione, e uomini di stato. Quel movimento si pose chiari
obiettivi: libertà; unità; indipendenza della Patria,
dell'Italia. Si diffuse e fu vissuto con intensa passione civile.
Si nutrì della consapevolezza delle radici profonde della nostra
storia, della nostra civiltà. Non a caso fu chiamato
Risorgimento. L'Inno di Mameli divenne l'inno della nazione
italiana, l'inno del risveglio di un popolo. I grandi del
Risorgimento non fecero sogni di conquista. Sognarono l'unità e
la libertà d'Italia, e l'indipendenza di tutti i popoli.
Vi
è continuità fra gli ideali del Risorgimento e la Costituzione
repubblicana, che l'Italia si è data dopo avere riconquistato la
libertà con la Resistenza. Così come vi è continuità con la
costruzione di un'Unione Europea che sia una Federazione di
statizzazione. Sono imprese grandi. Con esse noi, eredi dei padri
fondatori dell'Italia e dell'Europa, dobbiamo confrontarci.
L'Italia
è sempre stata ed intende rimanere all'avanguardia
nell'integrazione europea. Non possiamo sfuggire alle sfide che la
storia del Ventunesimo Secolo ci propone. Per preparare le nuove
generazioni ad affrontarle bene, accanto alla famiglia, che è
l'istituzione base della nostra società, deve operare una scuola
capace di svolgere, con rinnovato impegno, il suo ruolo
insostituibile di servizio pubblico: una scuola volta a formare i
giovani, a prepararli ad assolvere responsabilmente i loro compiti
di cittadini, e a favorire il loro inserimento, operoso e
creativo, in una società che cambia ed avanza con tempi sempre
più rapidi.
Ci
guidano alcuni principi, che uniscono gli Italiani, al di là
delle diversità d'idee politiche. Siamo una democrazia
parlamentare. Chi ha avuto la maggioranza, abbia modo, governando,
di dimostrare quanto vale, quanto sa fare per il progresso del
nostro popolo. Chi è minoranza eserciti con impegno e
responsabilità il compito indispensabile dell'opposizione: di
controllo, di critica, di proposta. Il dialogo fra le due parti,
per essere costruttivo, presuppone che nella maggioranza la
disponibilità all'ascolto, attento e aperto, della voce
dell'opposizione, prevalga sulla tentazione di affidarsi
sbrigativamente al rapporto di forza parlamentare; e che
nell'opposizione la consapevolezza del diritto del Governo di
portare avanti il proprio programma prevalga sulla tentazione del
ricorso sistematico all'ostruzionismo.
Una
democrazia funziona bene se ciascuna istituzione esercita il
proprio compito rispettando i limiti delle proprie competenze. La
separazione dei poteri, il giudizio della Corte Costituzionale
sulla costituzionalità delle leggi, la soggezione dei giudici
esclusivamente alla legge, la neutralità e l'imparzialità delle
Pubbliche Amministrazioni, garantiscono la libertà di tutti i
cittadini. Il passaggio di funzioni dal governo centrale alle
autorità di governo regionali e locali avvicina le istituzioni ai
cittadini, valorizzando le autonomie. Questo passaggio deve
avvenire razionalmente, al fine di rafforzare, non indebolire,
l'unità nazionale.
La
Repubblica è una e indivisibile. Nel nostro ordinamento, il
Presidente della Repubblica non ha, fra i suoi compiti, quello di
governare. Egli rappresenta l'unità nazionale; vigila ed opera
perché siano rispettati i principi costituzionali; ha il
diritto-dovere di consigliare. Avverto tutta la responsabilità di
rappresentarvi. Come guida, ho la Costituzione; le nostre
tradizioni democratiche; il giuramento prestato dinanzi ai
rappresentanti eletti della Nazione; la mia coscienza.
Cari
Italiani, care Italiane, gli innumerevoli incontri che ho avuto
con voi, in Italia e all'estero, mi danno fiducia, anche in un
momento per tanti aspetti difficile per tutti. Ho fiducia
nell'Italia. Ho fiducia nel popolo italiano. Ho fiducia nelle
istituzioni che ci siamo liberamente dati. E ho fiducia
nell'Europa, la nostra nuova Patria più grande, che stiamo
costruendo. Ai giovani rivolgo un augurio: continuate a sognare, a
guardare lontano. E' un'abitudine che, dopo 81 anni, non ho ancora
perduto. Se siete convinti di avere un'idea giusta, per migliorare
il mondo in cui vivete, perseguitene la realizzazione, con
tenacia, sempre nel rispetto delle libertà di tutti. Tanti nostri
sogni impossibili si sono avverati. Così sarà dei vostri. A voi
tutti, ovunque vi troviate, in Italia o nel mondo, auguro di
nuovo, con tutto il cuore - e all'augurio si unisce mia moglie -
un buon 2002.
(1
gennaio 2002)
Messaggio
di fine anno del Re di Norvegia Kong Harald V
Sono passati dieci anni da quando ho tenuto il mio primo
discorso di capodanno come monarca regnante. Ciò da spazio ad
alcune riflessioni. Quella volta dissi che è nel segno
dell'ottimismo che ci si inoltra nell'anno nuovo. Non sono del
tutto sicuro di potermi esprimere allo stesso modo oggi. Negli
ultimi tempi abbiamo visto che la vita e l'ottimismo sono
minacciati da più parti. Forse oggi non posso nemmeno fare mie le
parole di Vaclav Havel: "Non sono ottimista. Perché non
credo che tutto andrà bene. Ma non sono nemmeno pessimista, e non
credo che tutto andrà storto.
Ho speranza. La speranza è importante quasi come la vita; -
senza speranza non raggiungeremmo mai i nostri obiettivi". Se
c'è qualcosa che le generazioni precedenti ci hanno insegnato, è
che possiamo sopportare l'incredibile - si, sebbene da adulti -
nel mezzo dei più terribili avvenimenti, se abbiamo speranza. É
quando viene meno la speranza che il futuro diventa
minaccioso.
Dieci anni passano in fretta. Per me significa che dobbiamo
avere cura dei giorni che ci sono dati. Molto di quello che
perdiamo possiamo riottenerlo, ma non il tempo perduto. - La vita
deve essere vissuta nel presente. Ma per capire la vita dobbiamo
anche sapere vederci nel passato. È soltanto quando ci
addentriamo nel passato seguendo le nostre impronte all'indietro,
e cerchiamo col lanternino, che abbiamo la possibilità di trovare
le chiavi perdute.
"Va piano, fermati spesso - e ascolta molto", così
recita il vecchio motto della caccia. Forse può essere
un'esortazione a noi tutti, oggi ultimo dell'anno. Oppure possiamo
fare come quel personaggio nel libro di Karen Blixen: "Egli
non prova a scacciare il tempo, ma si siede e vive".
Nel corso degli ultimi anni, molti nel nostro paese sono
usciti dal guscio per sorridere e gioire un po' e riscoprire il
valore di andare, per l'appunto, un po' più lentamente e fermarsi
per vivere. I film su Elling e sul coro di Berlevåg ci hanno
colpito più fortemente di quanto ci abbiano appassionato. Forse
è proprio la semplicità, la vita di tutti i giorni, laddove
amicizia e comunanza sono centrali, che molti hanno perduto.
Oppure è l'umorismo esuberante e la vita scarica d'impegni che ci
manca. Ognuno a suo modo, i due film accendono speranza e mostrano
aspetti fondamentali della vita umana. Un insegnamento che penso
dovremmo riscoprire, è che la vita non ha bisogno d'essere
perfetta. L'ordinario e il medio sono generalmente quanto basta.
Nessuno ha ragione di esigere sempre la perfezione, nemmeno da se
stesso. Così troppe persone oggi sono sfiancate e stanche perché
sono sempre alla ricerca della vita di successo e della felicità
ottimale. Successo, celebrità, e benessere sono diventati una
forza motrice che alla fine solamente logora le energie.
Allora può essere utile ricordare il piccolo componimento di
Piet Heins: La distanza fra le nostre piccole sfide quotidiane e i
drammatici avvenimenti mondiali è grande. Ma questi interessano
la nostra vita e il nostro futuro allo stesso grado.
L'undici settembre è stato un giorno doloroso. In aggiunta
al fatto che molte vite umane sono andate perse, molti sogni ed
illusioni sono stati ridotti a macerie. Le conseguenti azioni
militari in Afganistan hanno condotto ad ulteriori perdite di vite
innocenti ed ad ancor più paura ed inquietudine. L'intensificarsi
del conflitto in Medio Oriente pure fornisce motivi di seria
preoccupazione.
I conflitti armati nel modo non sono una novità. La storia
umana è piena di disaccordi e violenze. Gli attacchi contro gli
Stati Uniti hanno riavvicinato noi, che viviamo in questa parte
del mondo, alla vita. In ogni caso è importante che non ci
schieriamo indifferentemente per la guerra e la sopraffazione, sia
che colpisca noi stessi o altre persone lontano da noi. Dobbiamo
sempre curarci di chi soffre. Allo stesso tempo, quello che
abbiamo passato ultimamente può forse portarci a riscoprire
valori come solidarietà ed amicizia. Mutamenti di prospettiva
portano spesso a vedere chi ci sta attorno e le relazioni umane
con una nuova ottica. È comprensibile che la gente provi
inquietudine nella situazione in cui ci troviamo.
Molti hanno l'impressione che il mondo cambi con velocità
sempre maggiore e in modi incomprensibili. Sia la natura che
l'economia mondiale possono pensarsi come in una situazione di
disordine. I terroristi e i criminali fanno paura. Aspetto comune
di tutte le minacce è che i confini nazionali non ne
costituiscono più un ostacolo. Anche lo stato più potente è
vulnerabile. Più che in altri periodi storici ci troviamo con un
destino comune. La nostra unica speranza è di raccogliere le
sfide assieme.
In questa situazione l'ONU gioca un ruolo del tutto
particolare. Per la Norvegia quest'organizzazione è sempre stata
centrale, e le parole d'ordine della nostra politica estera sono
cooperazione ed accordi vincolanti, dal disarmo e le operazioni di
pace alla lotta alla povertà. Con le Nazioni Unite lavoriamo a
che tutti possano godere dei diritti umani fondamentali. Stiamo
uniti nel mantenere la pace, vietare armi che colpiscono ed
uccidono indiscriminatamente, e nel portare i criminali di guerra
davanti alla legge. Lavoriamo assieme per combattere l'AIDS ed
altre epidemie, per controllare i cambiamenti climatici, e per
rendere aria pura e acqua potabile accessibili a tutti.
Nel centenario del Premio Nobel per la pace è pertanto fonte
d'ulteriore felicità che proprio l'ONU ed il segretario generale
Kofi Annan abbiano condiviso il premio. Il premo Nobel di
quest'anno è un ammonimento ed un'accentuazione che L'ONU è, di
fatto, il più importante forum per la pace e la cooperazione
internazionale che ci sia al mondo. Per cent'anni il Comitato
Norvegese del Premio Nobel si è per l'appunto dedicato al
rafforzamento della cooperazione tra stati. La storia del Premio
Nobel per la pace mostra che non vi è bacchetta magica per
arrivare alla pace nel pianeta. Ma spesso i vincitori sono
riusciti ad affondare le mani nel loro presente in modo chiaro e
significativo.
Il Premio Nobel per la pace ha indubbiamente portato la
Norvegia all'attenzione internazionale. Con innumerevoli
università e centri studi intorno al mondo tenendo conferenze e
simposi aventi come punto di partenza il Nobel per la pace. Si
scrivono libri e si organizzano dibattiti, e quando il vincitore
viene annunciato ad ottobre ogni anno, pochi rimangono
indifferenti. Immediatamente piovono le congratulazioni, i
commenti, le urla e le critiche. Quando giungiamo alla stessa
assegnazione del premio, ho la sensazione che gli occhi del mondo
siano su Oslo e la Norvegia, così pure abbiamo sentito durante la
spettacolare di due settimane fa.
L'anno entrante, è indicato dall'ONU come anno dei monti e
del patrimonio culturale. Significa un accresciuto riconoscimento
dei valori centrali della vita. Quando impariamo a assegnare
valore al nostro stesso patrimonio culturale, impariamo allo
stesso tempo a rispettare quello degli altri. Questo è un
importante passo per il dialogo pacifico e la comprensione
reciproca. Abbiamo anche bisogno di riscoprire quale ispirazione e
arricchimento una scampagnata in montagna può rappresentare.
Sciare attraverso altipiani sereni, un ruscello autunnale che
scorre, pesci che nuotano in un laghetto di montagna, oppure
l'ampia veduta da una cima. Immagini ed esperienze simili
conferiscono all'animo ricreazione e pace.
Qui nel Paese abbiamo abbastanza natura incontaminata, aria
fresca e campo d'azione. Lasciatemi in questo contesto elogiare
tutti gli sforzi volontari per quanto concerne sia la cura che
l'usa delle risorse naturali. Solo in pochi altri campi sociali
così tante persone fanno attività volontaria come nello sport.
Qui lo sforzo collettivo per compiere un opera comune si trova
nelle migliori condizioni. Tornei grandi e piccoli vengono
organizzati, vengono segnate piste per sci di fondo, si tengono
bazar di dolci, e tanti vanno da una parte e dall'altra. In pochi
altri posti i bambini ricevono tanta attenzione dagli adulti come
negli ambienti sportivi. Imparano presto a predirsi le loro
responsabilità, a sviluppare qualità di leadership, e devono
attenersi a regole comuni ed ad avere rispetto reciproco. Il fair
play è un insegnamento che uno si porta con sé in tutte le arene
della vita.
In un sondaggio pubblicato qualche mese fa, è risultato che
le cose a cui i Norvegesi vorrebbero dedicare più tempo sono
proprio lo sport e lo stare più a contatto con la natura, assieme
a passare più tempo con la famiglia e gli amici. L'accresciuto
tenore di vita, secondo il sondaggio, non ha portato a maggiore
felicità. Contemporaneamente sappiamo che le differenze sociali
si allargano. È deplorevole che tanti bambini per esempio, non
possano partecipare alle attività del doposcuola per via della
cattiva economia familiare. La battaglia contro la povertà e per
un'equa distribuzione dei beni, dovrebbe essere compito principale
sia del Paese che della comunità internazionale.
L'aspetto che mi più mi rallegra della società Norvegese,
è la viva partecipazione tra la gente. Continua ad esserci spazio
per il volontariato e i dialoghi impegnati, e continuiamo ad
interessarci agli altri ed al mondo in cui viviamo. Partecipazione
ed entusiasmo sono qualcosa che noi famiglia reale notiamo quando
incontriamo il popolo norvegese durante i nostri viaggi attraverso
il Paese. Sappiamo che c'è molto lavoro e pianificazione nella
preparazione delle visite Reali. Tuttavia, la libertà degli
ospiti e lo spirito di volontà non sono, chiaramente, deficitari,
e il programma non è sempre egualmente impressionante. Nondimeno
ciò che c'interessa davvero è incontrare così tanta gente ed
avere contatto con così tante e vitali realtà locali.
Ci viene naturalmente in mente il matrimonio del principe
ereditario del 25 agosto come contrassegno dell'anno passato. Quel
giorno fu ancor più bello di come sperammo. La cosa che più ci
fece piacere fu il gran finale. La risposta della gente, sia fuori
la cattedrale che il palazzo reale, è stata toccante. Grazie alla
presenza dei mass media, ho avuto l'impressione che la maggioranza
dei norvegesi ha potuto partecipare all'evento.
Lasciatemi approfittare dell'occasione per ringraziare, a
nome di tutta la famiglia reale, per tutto l'interessamento ed il
calore che abbiamo ricevuto, sia in occasione del matrimonio che
durante tutto l'anno. Adesso siamo felici che anche la principessa
abbia trovato il compagno della vita e ci prepariamo per il
matrimonio di maggio.
Tarjei Vesaas ha scritto: "Ogni uomo è un'isola, come
sappiamo. Così abbiamo bisogno di ponti. Moltissimi tipi di
ponti." Per prepararsi agli eventi del nuovo anno con
coscienza e speranza, dobbiamo essere capaci di costruire ponti.
Dobbiamo stare assieme, sia a livello internazionale, nazionale
che nelle nostre comunità locali. Dobbiamo porgere la mano ai
bisognosi. Dobbiamo aiutare a portare il fardello di chi non ce la
fa da solo. Dobbiamo aiutare a costruire contatti laddove la
distanza è grande. La forza della solidarietà ci aiuterà ad
andare avanti.
Auguro a tutti voi, sia a casa sia fuori, un felice anno
nuovo!
(31 dicembre 2001, traduzione italiana di Salvatore Massaiu)
|